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“E volò nella Luce” a Salvatore Morucci

 

 “E volò nella Luce” 

a Salvatore Morucci 

Esistono fatti, spesso appartenenti alla vita di altri, che detengono invece la condizione di incatenare l’interesse più ampio , coinvolgendo soggetti , all’apparenza esterni a quanto accaduto. 

E’ il caso di un doloroso incidente di sport, avvenuto il 26 settembre 1961. 

Al tempo il ‘Messaggero titolò : “ Salvatore Morucci, muore correndo la ‘Coppa Trani ‘ ”. 

L’onorevole Giulio Andreotti, amico di famiglia e notoriamente sensibile ai problemi dello sport e della gioventù, espresse per telegramma il suo dolore : “Condoglianze alla famiglia del nostro compianto Salvatore Morucci”. Quel giorno appunto, sulla strada Maremmana, Morucci, uno dei ciclisti dilettanti più promettenti e dotati di classe , perdeva la vita scontrandosi in corsa fra Monteporzio e Frascati, contro un autocarro. 

Dalla notizia , drammatica nella sua giornalistica sintesi informativa, è decollato il mio interesse per la figura di questo significativo protagonista delle due ruote. 

Ventinove anni di gioventù ideale , permeata di entusiasmi ; una giovane moglie, custode delle tradizioni di famiglia; un figlio appena nato ; la strada spalancata verso il professionismo ( le sue costanti vittorie facilmente la promuovevano). Nondimeno andava catalizzandosi la popolarità, maturata dalla sua naturale simpatia, che connetteva tali effetti fra loro con sinergica forza. 

Tutto ciò è bastato perché la mia amicizia con il figlio Angelo, armata dalla passione per la bicicletta, arrivasse a stendere questa celebrazione postuma. 

….“ E volò nella luce “,…. ho perciò titolato l’articolo che state leggendo. 

Ho sentito talmente forte l’impegno, che mi sono sistemato accanto a lui nell’ultima corsa : quella che ha fatto della sua figura un simbolo di purezza olimpica, che oggi non esiste più.

 

Quasi fossi il suo allenatore , vigile dall’ammiraglia scoperta, ora sono accanto a lui , come vivessimo assieme il presente di allora. In quella giornata di tiepido sole , divento la sua ombra , mentre è in svolgimento una “classica” per dilettanti : “La Coppa Trani” , organizzata ogni anno dalla ciclistica Centocelle. 

Eccolo, lo vedono bene i miei occhi, irrorati dalla fantasia: essi non rinunciano ad alzare il proprio mito sul podio dell’onore! 

Lo scorgo nella maglia giallorossa dell’Associazione Sportiva Roma, il gruppo agonistico poliattivo , che accorpa la passionalità popolare della Capitale , nella più decisa conformazione all’idea sportiva. Eccolo con quella maglia di “lanetta autoctona”, economica , democratica , forse “bruttina” (anzi bellissima) nelle sue cuciture sbilenche e un po’ sformate, ma pur sempre conformi a quell’Italia, che per uscire dalla guerra, stava ancora correndo in salita! 

In pratica un’uniforme di lealtà e di pulizia morale, ed un distinguo netto dalle manovrette e dai mezzuncoli di moda oggi per affermarsi, ingannando l’etica dello sport. 

Osservo stupito la “fama” in sella di GIACCHETTINO, come lo hanno sempre salutato i suoi tifosi, sul passo, in salita od in discesa, avvinto al suo destriero meccanico. 

“…E volò nella luce”, proprio perché oggi, giorno a lui fatale, “Giacchettino” è vestito dall’impalpabile luminosità del valore sportivo, fasciato nella propria divisa della Roma. 

Egli è dunque all’inseguimento di Marzullo e Brigliadori , i due soli corridori che lo precedono nella fase finale della competizione, ed io lo inquadro, assolutamente percepibile in ogni suo atto. 

La discesa è impegnativa , ma non impossibile e Morucci l’affronta con il solito piglio, partorito da tante occasioni similari. 

Lo intravedo dentro quella sua “maglia di lanetta” , con la scritta “Roma”, sbottonata sul collo e impregnata di quel sudore “giusto”, che la gioventù dispende sempre nelle proprie fatiche di sport volontario.

 

Le mani sono robuste nel domare il manubrio , fino a farsi quasi scoppiare le vene: azione pertinente a chi, come Salvatore, guarda ancora alle cose sacre della vita. 

Queste mani indossano i guanti a “mezzodito”, per non slittare sulle spirali di nastro isolante che avvolgono il manubrio, asse fondamentale per quella rincorsa. 

La testa istintivamente piegata in basso, rileva le variazioni d’asfalto ed ogni tanto si rialza, con riflesso meccanico, per replicare ciclisticamente alla serie sopravvenuta di curve da affrontare. 

Chissà se il suo ” calcolatore cerebrale”, sensibile a tali informazioni di rotta, ha riservato pure uno spazio per “pensieri primari”? Intendo quelli che soggiornato in una nicchia fuori dalla gara : la moglie, il figlio Angelo (chiamato così perché c’è sempre stato il “volo” negli spazi di Morucci) e tutto ciò che accorpa le “cose buone” di famiglia, quali il futuro , la carriera fra i “Prof” (chissà se al fianco di Coppi, Bartali o Magni?) sperando che , dall’impegno profuso, arrivi un solido benessere per loro. 

Le caviglie, nervose e ricettive ai comandi provenienti dall’alto, spingono intanto sui pedali con volenterosa insistenza, per recuperare il “deficit” di secondi, pagato ai due fuggitivi ancora in testa alla corsa. 

Oggi la tecnologia al servizio dello sport, offre i “ fermapunte” a scatto automatico, che incatenano il piede al pedale , ma al tempo di Salvatore le “cinghiette” ogni ciclista doveva stringerle da solo, con gesto abitudinario : tutta lì , in questi gesti semplici ma importanti, la romantica epopea del ciclismo antico. 

E così la nostra riconoscenza corre a dire “Grazie” proprio a quei “codici di mestiere, gestiti dal sellino, che i devoti della bicicletta da corsa sanno con immediatezza riconoscere! 

La Maremmana poi, è strada “innocente” per l’ospitalità prestata alla corsa stessa, ma pure teneramente “colpevole” ,per quel gravoso percorso (disegnato tutto a curve e controcurve) , così difficile da assecondare con la bicicletta, assai meno stabile d’una motocicletta, che corre assistita dal freno motore. 

Continuo ad osservare Morucci e lo scopro a tergersi il sudore dagli occhi, usando il palmo della mano come una spugna. Nessun sorso d’acqua invece; egli si mostra spietato persino per il proprio corpo : c’è l’istinto di vittoria che fuoriesce da cuore e cervello , ma invero esso è sordo ai bisogni della fisicità. 

Morucci rialza ora la testa, quasi a fermare le stramberie dell’asfalto, scolpite sulla Maremmana. Egli si adagia lesto a sinistra, accompagnando nella sezione di circonferenza della curva , il piagnucolio gommoso del “palmer” anteriore. 

Passata ! Arriva quindi un breve rettilineo, affogato nel verde bosco laterale , poi nuovamente una curva a dritta, infilata dal nostro campione con la classe che tutti gli riconoscono. 

Chissà cosa in simbiosi direbbe “il Fausto” se vedesse come filo oggi ! , pensa e parla Salvatore virtualmente in simbiosi con se stesso, mentre inchioda il manubrio con le mani, imponendosi però di non toccare i freni. Gli accorcia il ragionamento l’ingresso ad un tornante dall’inusuale pendenza, tutto curva a sinistra. 

“Alè!” , si sprona il nostro beniamino, proiettando la ruota sul profilo esterno dell’asfalto, con il metodo tutto suo, attivato dalla precisione matematica. 

“Se non li riprendo quei due , e non li stendo allo ‘sprint’ , me magno un gatto morto de 4 chili!” ironizza, chiedendo aiuto alle proprie possibilità sportive ed alla certezza di farcela anche oggi. 

Ma (crudele), lo attende invece una stretta svolta a destra , vile e deturpata da buche. 

Morucci percepisce immediata la scossa, trasmessa dal manubrio in tutto il corpo, ma con un rapido alleggerimento del peso sul sellino, supera indenne anche questa difficoltà. 

“Chissà dove saranno quei due?” si interroga , mentre le gambe instancabili s’accartocciano di nuovo sui pedali. 

Ora si proietta giù verso la pianura, dove cercherà di far sentire il fiato sul collo ai fuggitivi. Sa tutto di quel percorso il nostro “cauto ciclista”, eppure il destino mostra a sua volta con chiarezza , che ciò non conta a pareggiare i calcoli spietati, che esso stesso compone sulla scacchiera della vita. 

Gli avvenimenti gravi che distruggono un’esistenza , avvengono spesso per un fattore imponderabile, e non solo per gli errori del soggetto colpito. 

“E volò nella luce!..”

 

E’ così che la sagoma del grosso furgone (per la cronaca di un ‘Om’ Leoncino di colore blu, targato ROMA 425164) si materializza di colpo sulla scena. 

Esso compare di traverso alla linea di corsa della bicicletta, addirittura contromano. 

Davanti all’imprevisto, Morucci “ragiona” nuovamente da professionista, tanto è sicuro della propria esperienza. Si proietta quindi a sinistra , per allontanare l’imprevisto ostacolo, preparando il corpo alla caduta, nell’ipotesi peggiore.

Non prevede però che l’autista, a sua volta, spinge il mezzo a destra in un istintivo riflesso, tagliando a Salvatore la strada verso la salvezza e diventando di fatto il suo involontario carnefice. 

Preferisco arrestare qui il “film mentale”, da me proiettato su quella giornata luttuosa. 

Se una biografia si fa troppo dolorosa, urge reciderla negli aspetti più insopportabili che la assillano. 

Meglio comprendere che l’ultimo atto non è quello che testimonia di Morucci sanguinante sull’asfalto, con il proprio “cavallo a due ruote” lacerato al fianco. 

Il quadro estremo immortala invece l’atleta in volo , fasciato dalla gloria accumulata nello sport del pedale. 

… “E volò nella luce…”, proprio così! Sì , tu sei asceso nella luce , Salvatore Morucci, direttamente nel paradiso dei ciclisti , su quella strada dolce ove non si assume l’Epo o gli ormoni illegali. 

Infatti tu e gli altri ciclisti “giusti”, lassù nella gloria , indossate ancora e per sempre la “maglia di lanetta”, intrisa di sudore , mentre vi chinate a stringere le cinghie dei pedali , col semplice tocco delle dita, in attesa di lanciarvi per un’altra vittoria allo “sprint”!! 

Maurizio Quartieri 


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